Intervista a Matteo Olivetti

Matteo Olivetti, un cognome importante, che ricorda due figure immense, quelle di Camillo e di suo figlio Adriano, industriali a capo della prima ditta produttrice di macchine da scrivere e da calcolo in Italia ma ancor prima grandi uomini. Non solo hanno creato a Ivrea una sorta di Silicon Valley italiana ma soprattutto una nuova concezione di fare impresa che pone al suo centro la persona e non il profitto. Pronipote di Camillo e nipote di Adriano, professione architetto, sposato con due figli, lo abbiamo intervistato a pochi giorni dalla posa della stele collocata in citt a testimoniare il riconoscimento, da parte dell’Unesco, di Ivrea Citt Industriale del XX secolo e Patrimonio dell’Umanità, avvenuto lo scoro anno. Un’onorificenza che Matteo Olivetti valuta positivamente perché “Nasce dal riconoscimento a livello internazionale della straordinariet di questo territorio, che, rappresentato attraverso le architetture di “archeologia industriale”, racconta un sistema economico e sociale che ci ha caratterizzato in modo determinante per un lustro. Il riconoscimento è dovuto alla straordinariet socio/industriale di quel “modo” di fare imprenditoria, ora rimarcato a livello internazionale ma attualmente ancora poco riconosciuto dagli stessi eporediesi. Per le prospettive, una speranza è che questo esempio possa diventare coscienza di noi stessi, un ottimo modello per le future generazioni di creare una nuova societ a misura d’uomo. E’ un po’ la ricerca delle nostre radici, che spesso non consideri finché qualcun altro non ti rivela quanto uniche siano state. Ma quando impari a conoscerle e riconoscerle esse diventano uno stimolo per migliorare e far evolvere un modo di pensare e di agire nella continua ricerca del benessere umano economico e socio-culturale”.

Sente il peso dell’eredit umana e industriale di Camillo e Adriano?

“Questa eredit ha contribuito, nel bene e nel male, a creare la mia persona nel mondo del lavoro e nel mondo sociale; è un’eredit che è nel tuo DNA ed è molto più dirompente sotto il punto di vista umano che sotto il punto di vista industriale. Portare il cognome Olivetti, in Canavese, ha creato in me tantissimi conflitti a livello interiore ma non solo. C’è una societ che s’aspetta da te un modo di pensare e un modo di agire che non sempre è facilmente esaudibile. L’eredit industriale è andata sfumando dal 1964, da quando la famiglia è stata forzatamente estromessa dal comando dell’azienda e, a oggi, è rimasta l’eredit effimera”.

Ci sono attualmente imprenditori che secondo lei hanno fatto propria la filosofia di Adriano?

“Sicuramente si, ci sono molti imprenditori che hanno fatto propria questa filosofia, naturalmente adattandola ai tempi nuovi. Molti di questi li ho conosciuti, condiviso visioni, progetti e ambizioni. Spesso sono realt più piccole di quella che è stata l’Olivetti ma questo non influisce con una filosofia di fare azienda che si deve adattare alle proprie peculiarit e disponibilit economiche e territoriali. Sono degli imprenditori di “territorio” industriale”.

Si fa un gran parlare, talvolta senza reale cognizione di causa, dell’essenza del pensiero di Camillo e Adriano. Chiediamo a lei, che ha vissuto in quel clima e in quel contesto familiare, di spiegarcela.

“Questa è la domanda più difficile: riassumere in poche parole un “mondo” è sempre imbarazzante e mi sentirei svilito nel farlo, a fronte delle parole che personaggi più importanti del sottoscritto hanno gi evidenziato. La mia idea è che tutta la filosofia della societ industriale di Camillo è il “rispetto dell’uomo”, mentre quella di Adriano è il “rispetto della persona”. Due filosofie che fanno parte una della prima rivoluzione industriale e l’altra della seconda, sotto il punto di vista di “evoluzione” e di trasformazione. Bisogna ricordare che sono due filosofie che hanno la stessa matrice: quella di Camillo ha creato le basi culturali, industriali e sociali, mentre Adriano le ha sviluppate e codificate in una nuova società, quella della “Comunità”.