Scarmagno

IL PAESE “SULLO SGABELLO”

Sul pendio della morena destra dell’anfiteatro di Ivrea si trova il placido e antico borgo di Scarmagno, che nel 2004 si attestò come secondo Comune d’Italia per Pil pro capite.

Non si hanno molte notizie sicure sull’abitato di Scarmagno, rinvenute per lo più in vecchi archivi parrocchiali e comunali, per quanto le sue origini siano molto antiche. Il nome sembra possedere una radice celtica: il termine “Schar” vorrebbe dire grossa villa o paese, e “magnum”, d’origine latina ma aggiunto dopo, significa appunto grande. Per alcuni però, potrebbe rifarsi al termine latino di “scannarmi”, cioè personaggi di una certa importanza sociale, rapportabile a quelle dei “iudices et praeposti villarum”. C’è anche chi vuole fare risalire l’origine del nome alla posizione geografica della comunità, che, per l’appunto, poggia sul primo gradino (“scamnun”, gradino o sgabello) della morena destra della Dora, di fronte all’abitato di Strambino, che dista 4 chilometri, e dunque può essere percepito come villaggio vero e proprio solo da una visione dall’alto, lungo il tratto di selciato definito Colombaro: un’ubicazione particolarmente strategica per gli antichi eserciti.

Il borgo attraverso i secoli
Una rapida carrellata sulle vicende passate di Scarmagno ci indica che la comunit medievale, nel 1014, era retta dal signore Gaseuerti de Scaramanno, seguace di re Arduino, e i suoi possedimenti furono confiscati dall’imperatore Enrico II, che li offrì alla citt di Vercelli. Gi nel 1200 Oberto e Giacomo di Scarmagno giurano il cittadinatico a Ivrea, il secondo impegnando anche 20 lire per l’acquisto di una casa eporediese. Durante la lotta coi Berrovieri, uomini armati al servizio dei priori, 63 anni dopo, avviene il giuramento di 158 uomini di Scarmagno, cifra che indica quanto popoloso dovesse essere il borgo in quei tempi. Ci sono stati tramandati giuramenti di fedelt al conte Amedeo V di Savoia e al principe Filippo di Acaja nel 1318, da parte dei conti Domenico e Giovanni di Scarmagno, nel 1339 è il turno di Giovani d’Audixia di Scarmagno a giurare davanti al conte di Savoia e al marchese del Monferrato. Il paese viene devastato nel 1383 ad opera delle bande armate di Antonio di Mazzè, poi il fenomeno del tuchinaggio (la rivolta canavesana delle piccole comunit alpine ai soprusi dei conti di Valperga e San Martino) esplode anche nel paese e porta alla distruzione del castello. I suoi resti sono la torretta squadata nella villa un tempo di propriet della famiglia Gajo, cui apparteneva l’architetto Filippo, che diresse i lavori di costruzione del campanile parrocchiale nel 1864. A risarcimento dei danni arrecati, nel 1391 il conte di Savoia ordina la costruzione di un fortilizio nel borgo. Una chiesa parrocchiale è costruita nel 1500 e, pochi anni dopo, viene composta la lite tra comunit e feudatari inerente i mulini e i forni, il loro uso e i gravami fiscali relativi. Due ondate di peste colpiscono il paese nel 1585 e nel 1630, con un alto tasso di morti (157 nel 1630), sepolti fuori dall’abitato, presso la cappella di Sant’Eusebio.

Molte devastazioni occorrono nel 1642 e nel 1705, per via delle scorrerie di soldati francesi che mettono a ferro e fuoco le abitazioni, la chiesa e la popolazione residente. Durante il XVII, dopo l’estinzione della famiglia dei conti di San Martino, Scarmagno passa al nuovo feudatario Carlo Perrone di Ivrea. L’affrancamento del Comune dai diritti feudali sui beni locali della Mensa Vescovile di Ivrea avviene tra il 1782 e il 1784. Nel XIX secolo viene restaurata la chiesa parrocchiale di San Michele e nel 1836 è fondata la Congregazione di Carità. Societ Operaia e asilo infantile in paese risalgono all’inizio del 1900.

 

La chiesa parrocchiale e il suo campanile
Sui resti di una più antica costruzione anteriore al 1500, quasi completamente demolita, il prevosto don Benedetto ufficializzò con la sua benedizione, nell’agosto 1815, la costruzione dell’attuale chiesa parrocchiale, intitolata a San Michele Arcangelo. Completata due anni dopo, con il recupero del coro originale, solo innalzato, il nuovo edificio sacro reca la firma del capomastro Giulio Lorenzo Ceruti di San Giuseppe d’Andorno, Biella, sotto la direzione dell’architetto Martelli di Strambino. Nel 1840 si completarono la Bussola e la porta principale, realizzate dal minusiere Giovanni Giachino di Ivrea, mentre i lavori di stucco e gli affreschi della volta spettarono, nel 1870, allo stuccatore Cattaneo, al pittore Stornone e al decoratore Bretto. Il campanile della chiesa fu eretto nel 1860, su piani dell’architetto Giovanni Gajo, del geometra Augusto Bessolo, dei capomastri Giuseppe Ottino di Salerano e Luigi Mosca di Scarmagno, per la direzione dei lavori curata dall’architetto Filippo Gajo di Scarmagno, che li ultimò nel 1864. Dal campanile si offre il magnifico panorama canavesano che abbraccia i colli di Candia, i Comuni di Mazzè, Villareggia, Moncrivello, Borgomasino, Masino, Azeglio, Piverone e poi quelli di Bollengo, Chiaverano, Andrate, Pavone, le coline di Loranzè, Colleretto Giacosa, Parella e Brosso, i monti Mombarone e Cavallaria, i centri di Vische, Mercenasco, Albiano, Strambino e Romano Canavese. Tre meridiane a ore francesi, coeve al periodo di costruzione, sono state ripristinate su altrettante facciate del campanile, alto 32 metri.

Le cappelle di Scarmagno

Santa Marta

Nel tessuto cittadino del paese si ergono diverse cappelle meritevoli di visita. La Cappella della Nativit di Maria Vergine in via Romano fu restaurata nel 1886 dal capo mastro Paolo Mosca e comprende un Simulacro della Madonna del 1854, l’urna di Maria SS. Bambina e l’icona nel coro rappresentante San Gioachino, Sant’Anna e la Beata Vergine Maria. Ai Priori si deve la costruzione del piccolo campanile nel 1909. La Cappella di Santa Marta in via Maestra risale a prima del 1585, ampliata e rimessa a nuovo nel 1870 dal capo mastro Luigi Mosca e impreziosita di una statua di Maria Santissima della Pace, opera del cavalier Taverna di Torino.

 

 

 

Nativita
Cappella di Corso Ravelli

La Cappella di San Giacomo in via Masero, un tempo piccola chiesa eretta sul sito di un precedente edificio risalente a prima dell’anno 1000, è solo un rudere, di cui è possibile leggere la parola ROMAVAV su una pietra inserita nello stipite d’ingresso, forse parte di un cippo funerario risalente al I secolo dopo Cristo (un cimitero un tempo la circondava).

La Cappella di Sant’Eusebio, ad unica navata rettangolare in stile romanico, sorge nella frazione Masero, è antichissima, certo risalente a prima dell’anno Mille, e ben conservata. Nel suo interno si trova un affresco del 1424 di Domenico Pago della Marca di Ancona, composto da cinque riquadri con elementi tipici della pittura gotica, raffiguranti la Madonna che allatta il figlio, un santo il cui nome risulta abraso (forse San Defendente), San Sebastiano, Sant’Eusebio e Sant’Antonio Abate. Dal 2010 fa parte del tratto canavesano della Via Francigena.