Trovatori e Amor Cortese

Trovatori e Amor Cortese

Per poter comprendere l’importanza dei Trovatori e dell’Amor Cortese occorre ricordare che la tradizione trobadorica inizia nell’XI secolo in Occitania per poi spostarsi anche nell’Italia settentrionale e le opere dei trovatori sono note principalmente attraverso raccolte manoscritte che prendono il nome di «Canzonieri».

I trovatori o troubadours sono stati poeti musicisti che nel basso Medio Evo (dall’XI° al XIII° secolo) componevano versi, ed a volte anche la melodia, per una élite colta della loro stessa origine feudale aristocratica servendosi, per le loro composizioni, di un linguaggio adeguato (lingua d’oc).

L’argomento principale delle loro composizioni artistiche era l’Amor Cortese, il cui elemento fondamentale era il «fin’amor», teorizzato da Andrea Cappellano nel suo ‘De Amore’, inteso come l’amore gentile che affina l’anima in un percorso interiore, spirituale, in contrapposizione al «fals’amor», l’amore solo sessuale.

L’Amor Cortese aveva delle regole: la donna amata doveva essere di lignaggio superiore, il più delle volte era la castellana, ovvero colei che detiene il potere quando il Signore è assente e proprio a lei l’uomo si sottomette lodandone le qualità di nobiltà, dolcezza, garbo e la bellezza fisica che era comunque requisito indispensabile in quanto la bellezza affascina l’uomo e lo eleva; l’Amor Cortese deve rimanere solo a livello spirituale per mantenere la trepidazione che porta alla tensione fonte di nobilitazione interiore ed il poeta non deve fare richieste ritenute villane o troppo esplicite alla donna anche se, a volte, questa può permettergli di entrare nella sua stanza e di abbracciarla; il poeta si impegna a non rivelare mai il nome della donna amata e gli è permesso solo darle uno pseudonimo; la donna non deve prestar attenzione ai lusingatori che hanno lo scopo di dividere gli amanti.

In un’epoca che, nell’immaginario comune, erroneamente si considera cupa, rude e volgare, è da sottolineare come le donne, che in genere erano il soggetto di cui scrivevano i Trovatori, ebbero l’opportunità di inserirsi, col none di  trobairitzas dando il loro pieno contributo in questa corrente poetica. Le trobairitzas componevano versi ed eseguivano le loro composizioni per le Corti Occitane e rappresentano i primi compositori al femminile della musica in ambito diverso da quello della musica sacra. Le donne della corte, che in quell’epoca di guerre e di crociate, per lunghi periodi erano chiamate a sostituire il Signore assente caricandosi di grandi responsabilità, dovevano altresì essere in grado di scrivere, cantare e suonare strumenti. Le tematiche dei componimenti poetici delle trobairitzas erano sempre inerenti all’Amor cortese che non è limitato all’amore di coppia ma ha in sé la cortesia, la «mezura», che permette la capacità di moderare gli istinti ed aveva l’intento di educare la società alla «convivencia», ad un vivere, cioè, basato sul rispetto, sulla generosità e sulla carità utilizzando l’amore come mezzo per elevare il tono dei rapporti interpersonali.

Molta influenza ebbe la poesia trobadorica sulla poesia in lingua volgare, in siciliano e toscano, al punto che anche uno dei sonetti più conosciuti del Sommo Poeta Dante Alighieri , che conosceva il provenzale, quasi cento anni dopo, sia stato fortemente ispirato da un componimento di Raimbaut de Vaqueiras, Kalenda maia, in cui il trovatore canta Beatrice del Monferrato, sorella di Bonifacio del Monferrato e sposa di Enrico del Carretto.

«Tanto gentile sboccia, / per tutta la gente
Donna Beatrice, e cresce / il vostro valore;
di pregi ornate ciò che tenete / e di belle parole, senza falsità;
di nobili fatti avete il seme;
scienza, / pazienza / avete e conoscenza;
valore / al di là di ogni disputa
vi vestite di benevolenza.
Donna graziosa, / che ognuno loda e proclama
il vostro valore che vi adorna, / e chi vi dimentica,
poco gli vale la vita…»

«Tanto gentile e tanto onesta pare/la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,/e li occhi no l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare,/benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta/da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira,/che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ’ntender no la può chi no la prova:
e par che de la sua labbia si mova/ un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira».

Summary