Il fascino delle “chiuse canavesane”

di Roberto Fassone

I sempre più numerosi pellegrini Francigeni o i camminatori appassionati che in ogni stagione percorrono gli innumerevoli sentieri tra i boschi che circondano il Lago di Viverone avranno certamente avuto modo d’imbattervi, più o meno consapevoli di quale fosse il significato e la storia di quanto ritrovavano sul loro percorso.

Per gli appassionati di Storia, quella con l’iniziale maiuscola o anche solo della storia locale, testimone del passato dei nostri territori e delle popolazioni che li hanno abitati, sono fonte continua di curiosita e di dubbi nonchè stimolo per nuovi approfondimenti.

Gli storici di professione e gli archeologici sono invece da decenni incerti nell’attribuirvi la giusta collocazione nel tempo. Ma che le si voglia chiamare Chiuse Longobarde, come ormai dall’Ottocento sono identificate dagli studiosi locali, erette al tempo del re longobardo Desiderio per fermare la discesa di Carlo Magno, o si preferisca ricondurre la loro funzione a difese edificate dai popoli pre-romani in continua lotta tra loro, di certo non si può non rimanere affascinati dalle dimensioni dei resti che ancora oggi, dopo almeno 13 secoli, si mostrano evidenti.

Si estendono dal colle su cui sorge il Castello di Masino, attraversando le colline moreniche intorno al lago (Bric nella denominazione popolare), fino a percorrere la parte terminale della Serra e raggiungere Zimone: in alcune zone con resti massicci ed evidenti, in altre invece non più rintracciabili per via degli sconvolgimenti dovuti al riutilizzo dei materiali, alla creazione di strade e alla manutenzione dei campi o semplicemente per il passare dei secoli. Più di 30 chilometri di tracciato di un sistema difensivo lineare di cui è possibile ritrovare residui di muri, basamenti di torri di difesa, resti di costruzioni.

Una difesa nata per contrastare l’avanzata di un nemico ma che, destino comune a tutti i muri della Storia, non ha potuto assolvere a lungo alla sua funzione.

Una testimonianza storica importante ma ancora pochissimo studiata: infatti, nonostante l’esistenza dei resti sia nota in ambito storico-archeologico, riconosciuta meritevole di approfondimenti e oggetto di pubblicazioni volte a sostenere le diverse tesi, nella realta dei fatti, come spesso succede, nessuno scavo archeologico ufficiale è mai stato organizzato.

I testi e i documenti disponibili sono frutto della passione e delle ricerche che portarono negli anni Settanta studiosi locali come Guido Giolitto, lo scopritore delle palafitte, per citare il più noto, e nel 1998 il Gruppo Archeologico Canavesano a ripercorrere l’intero tracciato, annotando quanto ritrovato.

Gli stessi stimoli, passione e curiosita stanno portando un nuovo gruppo di appassionati a lavorare a un progetto che consenta, con l’ausilio delle nuove tecnologie e l’appoggio degli enti e istituzioni locali, di valorizzare questa eredit del passato e farla rivivere come ulteriore fonte di interesse in un territorio gi di per sé meraviglioso dal punto di vista naturalistico.

 

Passi e Colli = S
Colline = B
S1 = Bocca d’Arbaro
S2 = Sapel da Bras
S3 = Passo d’Avenco
S4 = Sapel da Mur
S5 = Colle Cascina Torrana
S6 = Vallefredda
S7 = Valle di Cascina Roleto
S8 = Valico Cappellina
B1 = Bric Barricate
B2 = Bric Mezzacosta
B3 = Bric delle Vigne
B4 = Monte Magnano
B5 = Montemaggiore
B6 = Quota 346
B7 = Quota 364
B8 = Castel San Giacomo
B9 = Quota 402
B10 = Quota 403
B11 = Quota 427
B12 = Quota 471

 

Tracciato delle Chiuse Longobardiche tra Dora Baltea e Serra. Le strutture di fortificazione sono rappresenate con linee arancioni; i Castellieri sono rappresentati con un cerchio vuoto, le localita poi occupate da un castello medioevale sono rappresentate da un cerchio con un punto all’interno.

 

da “Le Chiuse Longobarde tra Dora Baltea e Serra” – Guido Giolitto, M. e P. Scarzella – Estratto da ARMI ANTICHE, Bollettino dell’Accademia di S. Marciano – Torino