Magia

Valchiusella Magica, tra stregoni, fattucchiere e uomini selvatici.

Tutto l’arco alpino italiano può vantare una serie di personaggi, creature e figure sovrannaturali di ceppo quasi comune, come streghe, fattucchiere, negromanti, misteriosi esseri boschivi capaci di trasformarsi e così via. La Valchiusella non fa ovviamente eccezione, schierando in campo le sue masche e mascun, cioè streghe e stregoni maligni, in grado di esercitare la magia, lanciare incantesimi o malefici contro i poveri contadini o alpigiani che magari, avevano la sfortuna di incontrarli in certe ore della sera o in determinati luoghi quali boschi, torrenti come il Chiusella, radure, rocce, scatenando le loro perverse malìe. Spesso si ritenevano capaci di esercitare tali poteri alcuni eremiti, solitarie vecchiette o addirittura preti ancora impregnati di elementi di paganesimo, di magia naturale, di alchimia appresa su misteriosi testi latini. Proprio questi ultimi erano ritenuti in grado di cambiare forma, murandosi in animali o addirittura pietre (chi li individuava e per esempio colpiva un roccione con un bastone, il giorno dopo era sicuro di vedere il prete con varie ecchimosi sul corpo o con un braccio al collo).

I “riti” oscuri che venivano officiati, di solito, miravano a colpire i giovani innamorati che cercavano luoghi isolati per le loro effusioni sensuali, commercianti interessati all’acquisto di uno stesso capo di bestiame, che risultava così conteso tre le parti, o a ottenere che il tuono e il lampo non colpissero il proprio abitato, con opportune filastrocche scaramantiche che proteggessero dai disastri occorrenti alle coltivazioni provocati da pioggia, grandine e vento. Altre credenze avevano un aspetto protettivo quando si udivano ululati o versi di altri animali, scambiati per manifestazioni diaboliche, e allora una povera gallina veniva sacrificata per allontanare il maleficio incombente e preservare le sorti della propria famiglia a fronte dei poteri occulti e satanici che si credevano all’opera.
Uno dei miti più sentiti delle valli alpine canavesane era quello dell’esistenza di un “uomo selvatico”, l’Om Salvaij, condiviso con altre regioni montane e di chiara derivazione classica, dalla mitologia greco-romana, come i Silvani o Sileni o Satiri, creature caprine antropomorfe abitanti dei boschi e devote al Dio Pan.

Tale essere, che in Valchiusella era chiamato L’Urciat ‘t Simbola, era una sorta di ominide primitivo, coperto solo di pelli e fogliame, dalla vita lunghissima anche secolare, propenso a vivere senza disturbare nessuno nelle selve, rozzo e incolto ma esperto conoscitore di tutti i segreti della natura, dei cicli stagionali e del territorio in generale. Una credenza popolare tramanda che un Urciat della zona di Meugliano, incuriosito dalla presenza umana, gravitasse attorno alla capanna di una famigliola, per niente impressionata dall’essere silvano ma anzi propensa ad entrare in contatto con lui, attirandolo con scodelle di latte e pezzi di formaggio. Dopo un incontro un po’ traumatico per entrambe le parti, nacque un buon sodalizio con vantaggi reciproci: cibo sempre assicurato per l’Urciat e aiuto per la famiglia di allevatori, che affidavano alla creatura dei boschi le mucche da portare al pascolo, ottenendo anche buone informazioni sui periodi migliori di semina e coltivazione dei prodotti della terra. Purtroppo i rapporti con l’ominide finirono male quando gli fu chiesto di portare le bestie al pascolo in una giornata ventosa: il vento è infatti intollerabile per queste creature, per loro natura anche molto suscettibili agli “sgarbi”, permalose e piene di risentimento. La bora alpina ebbe un effetto così disturbante sull’Urciat, da indurlo ad abbandonare per sempre il consorzio umano, quasi fosse stata colpa dei contadini l’aver provocato le raffiche ventose ai danni del povero selvaggio.