Castello di Agliè

LA STORIA MILLENARIA DEL CASTELLO DUCALE DI AGLIE’.

Un fortilizio mutato col tempo in una sontuosa e regale residenza di campagna, passando dai conti San Martino ai duchi di Savoia, vero gioiello artistico, architettonico e museale del Canavese.

Nonostante l’inserimento nella lista del Patrimonio Mondiale per l’Umanita UNESCO del 1997, assieme a molti altri beni architettonici del circuito delle Residenze Sabaude, il Castello Ducale di Agliè è noto oggi alla maggior parte del pubblico grazie alle fiction televisive che l’hanno eletto come luogo principale di ambientazione, soprattutto nel famoso kolossal in costume Elisa di Rivombrosa, del 2003, che addirittura desume il nome della protagonista da quello di un sentiero dei suoi magnifici giardini, detto appunto “Riva Ombrosa”. Ma questa imponente costruzione in cotto, che sorge su una collina del Comune di Agliè, vanta ben nove secoli di continue trasformazioni strutturali, che l’hanno portata a diventare, dal ridotto fortilizio medievale che era nel XII secolo, un’elegante residenza reale di campagna, tra le più grandi della dinastia sabauda. Il complesso vanta oltre 20.000 metri quadrati di superficie, disposti su quattro piani e altrettanti ammezzati, è fornito di centinaia di stanze decorate e arredate, circondato su tre lati da un vastissimo parco.

Ambienti fiabeschi

Sontuoso ed elegante, il Castello Ducale di Agliè conta nel suo interno ben 300 stanze e appartamenti, tutti riccamente decorati e arredati, come il salone da ballo centrale con affreschi del XVII secolo e il salone d’ingresso, detto Sala delle Colonne, con stucchi settecenteschi. Rimarchevole la preziosa Sala Tuscolana, al Primo Piano Nobile, che raccoglie reperti archeologici d’et etrusca e romana ed esemplari di antiquariato provenienti da rinomati siti italiani, soprattutto dalla campagna di scavo attorno a Villa Tuscolo, presso Frascati, che era di propriet del re Carlo Felice e della regina Maria Cristina, sotto la sovrintendenza del famoso architetto e archeologo Luigi Canina. Per i loro contenuti artistici si segnalano Il Salone di Caccia, approntato da Birago di Bornago, con stucchi raffiguranti trofei e scene venatorie e due tele dell’artista francese Jacques Berger, e la Galleria delle Tribune con 72 dipinti che ritraggono i Cavalieri dell’Ordine dell’Annunziata, commissionati dalla regina Maria Cristina prevalentemente al pittore astigiano Michelangelo Pittatore. Ancora, si alternano gli ambienti della Galleria d’Arte, la Biblioteca, la Sala da Biliardo, la Sala degli Stucchi, la Sala della Musica, gli appartamenti reali, le Sale Gialla, Blu e Verde, l’Ospedaletto della Prima Guerra Mondiale.

  

Un fantasma nella Sala della Musica?

Non manca mai di attirare l’attenzione dei visitatori, quando giungono nella Sala della Musica del castello di Agliè, un mirabile quanto inquietante busto in ceroplastica policroma, adorno di elementi in stoffa, pizzo, tulle e perline, raffigurante i tratti tutt’altro che leggiadri di Maria Anna Vittoria di Savoia-Soissons (1683-1763), di nobile ma economicamente decaduta famiglia. Sua nonna Olimpia Mancini, era infatti l’intrigante nipote del cardinal Mazzarino e l’amante del Re Sole, suo zio era il principe condottiero Eugenio di Savoia-Soissons, sua madre Uraniè fu causa dei rovesci della famiglia, rifiutandosi di diventare una concubina reale. Vittoria non era certo un bel vedere, come conferma il ritratto in cera ad opera dello scultore biellese Francesco Orso né era dotata di spirito, grazie, ingegno o bellezza interiore, tutt’altro, e passò una vita scialba ed incolore sino ai cinquant’anni di età, quando alla morte dello zio, gran collezionista d’arte e proprietario di importanti beni immobili, ereditò una colossale fortuna in palazzi (tra cui il Belvedere Superiore di Vienna), castelli, terreni, opere artistiche e capitali. Per rifarsi del tempo perduto, si diede alla pazza gioia e sperperò ai quattro venti un ingente patrimonio, faticosamente raccolto dallo zio durante tutta una vita. Sposò a Parigi, nel 1738, il principe Giuseppe Maria Federico Guglielmo di Sassonia-Hildburghausen, vent’anni più giovane di lei, “pagato” con 300.000 fiorini e vari possedimenti, per poi separarsi dopo breve tempo e ritirarsi definitivamente a Torino, dove morì novantenne per un colpo apoplettico. Al nipote di Vittoria, Benedetto Maria Maurizio duca del Chiablese, andò quanto restava del suo patrimonio, circa due milioni di lire. La salma della principessa, inumata nella chiesa di San Filippo Neri, fu poi traslata nella cripta reale di Superga per volere del re Vittorio Emanuele III. Come mai, dunque, si è originata la leggenda per cui il suo fantasma si aggiri sospirando nelle stanze del castello di Agliè, dove non era mai stata né aveva soggiornato? Forse la presenza di quel busto in cera, così realistico e impressionante, unitamente ad alcuni fenomeni misteriosi avvenuti nel torrione destro (vetri alle finestre che s’infrangevano inspiegabilmente) ha contribuito ad alimentare la diceria della triste storia dello spettro di una donna insignificante diventata potente, ma certo non felice, per mera forza del denaro.

La Cappella di San Massimo

Su un progetto non documentato dell’architetto ducale Amedeo di Castellamonte, favorito alla corte sabauda, Filippo di San Martino diede via nel 1642 al progetto per la realizzazione di due cappelle, dedicate a San Massimo e San Michele. Quest’ultima, poi abbandonata, sarebbe sorta nel luogo dove ora c’è il teatrino. A pianta quadrata e con volta ottagonale, la cappella è adornata di stucchi delle maestranze luganesi e di affreschi con storie della Vergine. Fu restaurata da Carlo Felice nel 1827, con rifacimento ad opera di Pietro Cremona del pavimento e inserzione di candelabri attorno all’altare e alla sua pala del Seicento raffigurante l’Elemosina di San Massimo, attribuibile a Giovanni Claret. Il crocefisso in avorio reca la firma di Giacomo Marchino, allievo di Giuseppe Bonzanigo, mentre al centro dell’ambiente si trova il monumento di Giacomo Spalla, realizzato attorno alla colonna di San Paolo, dono di papa Leone XII a Carlo Felice per la sua opera di recupero della basilica intitolata al santo, distrutta da un incendio a Roma, nel 1823. Nella cappella è conservata la copia a grandezza naturale della Sacra Sindone, risalente all’ostensione del 1822, anno in cui s’inaugurò il regno di Carlo Felice.